La seconda giovinezza dei consorzi industriali: da venditori di spazi attrezzati a centri di competenze di alto livello

Nati per infrastrutturare le aree industriali oggi vogliono essere poli generatori di sviluppo

I sessantacinque consorzi industriali attualmente operativi in Italia nascono negli anni ‘50 come strumento pubblicistico per la gestione delle aree produttive. Progressivamente hanno visto crescere la loro importanza, e oggi si candidano ad essere poli generatori delle condizioni necessarie per il rafforzamento competitivo delle imprese locali e per l’insediamento di nuove attività ad alto potenziale di sviluppo. Se ne è parlato a Roma in occasione della presentazione dello studio sui “Modelli organizzativi e strategie per favorire la nascita di nuove imprese e la creazione di infrastrutture e servizi” che la società Tecno-Ficei (la struttura operativa della Federazione Italiana Consorzi Enti Industrializzazione), ha realizzato su incarico del Ministero dello sviluppo economico. In questa occasione diversi autorevoli studiosi si sono confrontati sul tema dei consorzi, della loro mission, dei probabili percorsi di evoluzione e del loro possibile futuro. A questo proposito il presidente emerito della Corte Costituzionale il prof. Piero Alberto Capotosti, ha parlato nel suo intervento di una “seconda giovinezza dei consorzi” i quali, equiparati sotto il profilo funzionale ai distretti industriali dalla legge n. 266 del 2005, possono ormai essere considerati a pieno titolo di rilevanza primaria ai fini della politica di sviluppo economico del paese. Questo implica, per usare le parole di Capotosti, “che la disciplina dei loro principali profili strutturali e funzionali possa essere ormai attratta, in via di sussidiarietà, alla sfera di competenza del legislatore statale, sia pure nell’ambito di adeguate forme di leale collaborazione con le Regioni”, ma si traduce anche nella crescita tendenziale del loro ruolo e nella prospettiva, appunto, di una seconda giovinezza.

Con quali compiti? Ambiziosi. In questo quadro, infatti, il consorzio industriale smette di essere un venditore di spazi attrezzati e diventa un centro ad alto livello per la gestione del sistema territoriale di sua competenza.

Il prof. Matteo Caroli della LUISS di Roma ha individuato una serie di funzioni strategiche attraverso le quali i consorzi industriali realizzerebbero questa evoluzione: lo sviluppo di vaste aree del territorio a fini industriali ma anche commerciali, residenziali e di servizi, coniugando interesse pubblico e creazione di valore economico; l’erogazione di servizi ad alto valore aggiunto il cui accesso sarebbe difficile, se non impossibile, per la singola impresa, tra cui: programmi di formazione, studi e progetti per lo sviluppo produttivo, ricerche e studi per l’innovazione tecnologica, consulenza, certificazione di qualità alle imprese, ecc.; la promozione di progetti di innovazione industriale, per esempio favorendo l’aggregazione delle competenze imprenditoriali e scientifiche, e predisponendo le condizioni per generare (e successivamente implementare) le idee progettuali. I consorzi, inoltre, possono svolgere una funzione di ispiratori e coordinatori per lo sviluppo di sinergie di tipo distrettuale, e, infine, possono mettere a disposizione i mezzi per le infrastrutturazioni di seconda generazione, ovvero quelle che ottimizzano l’impatto ambientale dei processi produttivi.

Tutto ciò, ovvero la qualità delle infrastrutture e dei servizi all’interno dell’area consortile, secondo il prof. Caroli, si traduce “in una percezione di qualità delle imprese che sono localizzate nella stessa area”. E aggiunge che un consorzio riconosciuto come area industriale di eccellenza ha un effetto traino sulla notorietà delle aziende insediate, e può agire come un “marchio ombrello” che “caratterizza la stessa identità delle sue imprese e ne attesta il livello qualitativo almeno potenziale”. Ma tutto questo è possibile a condizione che il consorzio industriale agisca come una struttura tecnico-manageriale, la quale, come qualsiasi organismo economico, finalizza il suo operato alla creazione di valore per i propri stakeholders (in primis le aziende). Questo richiede una serie di talenti come la capacità progettuale e programmatoria, la capacità relazionale e di dialogo con la realtà produttiva insediata, un modello organizzativo interno adeguato in termini di qualità e quantità di risorse umane, e un sistema di governance efficace ed efficiente. Tutto ciò costituisce, d’altra parte, proprio l’aspetto critico rispetto al quale si qualifica la capacità dei consorzi industriali di adempiere alle funzioni descritte, ovvero di generare quelle “condizioni di contesto” essenziali per la piena realizzazione delle possibilità del sistema produttivo.

Certo è che, come alcune recenti ricerche evidenziano, i consorzi industriali hanno (e avranno sempre di più a condizione che si proceda alla loro riforma), un ruolo di primaria importanza per la promozione della competitività delle PMI insediate e per la attrattività dei sistemi territoriali. Secondo il prof. Sandro Amorosino, ordinario di diritto amministrativo all’Università La Sapienza di Roma, i consorzi, sotto il profilo del loro ruolo sostanziale di attori dello sviluppo economico, sono passati dall’essere “un elemento del sistema stellare degli enti di attuazione della politica meridionalistica al configurasi come “nodi” nella rete dei poteri, pubblici e privati, che interagiscono nella dimensione economica regionale”. E proprio questa natura reticolare-territoriale dell’insieme dei consorzi costituisce, secondo Amorosino, il punto di contatto tra il versante economico e quello istituzionale-amministrativo. I consorzi industriali, infatti, hanno natura di enti pubblici economici, operano cioè con criteri imprenditoriali e sono dotati di piena autonomia organizzatoria e funzionale; hanno struttura associativa pubblico-privata; sono mediamente rappresentativi della realtà istituzionale ed economica del territorio; e, infine, avendo una dimensione territorialmente definita, afferiscono alla sfera regionale. La competenza regionale in materia è però residuale, ovvero concorrente e non esclusiva. Le funzioni dei consorzi riguardano, infatti, due materie - lo sviluppo economico e il governo del territorio – che, come sottolinea Amorosino, sono di competenza legislativa concorrente.

Di conseguenza si devono ritenere vigenti i principi generali desumibili dalla legislazione statale relativi sia alla piena autonomia dei consorzi “correlata alla loro natura di enti pubblici economici imprenditoriali, che concorrono alla organizzazione e sviluppo del sistema-territorio”, e sia “alla limitazione dei poteri d’ingerenza delle regioni nella loro organizzazione e attività”. D’altronde la qualificazione dei consorzi industriali come oggetto di legislazione concorrente, con la conseguente riserva allo Stato della normazione di principio, ha due scopi: da un lato uniformare le politiche regionali agli indirizzi statali, dall’altro frenare la diffusa tendenza delle regioni a considerare i consorzi come enti sottordinati e ad autonomia limitata.

Le leggi statali di indirizzo per le regioni dovrebbero avere, in questo senso, il compito di fornire una cornice, robusta ma leggera, entro la quale si dispiegherebbe l’autonomia creativa dei consorzi industriali. E ciò al fine, per usare ancora le parole del prof. Amorosino, di “non ingabbiare ma, anzi, esplicitamente favorire l’evoluzione già in corso ‘per linee interne’, in molte realtà, delle funzioni dei consorzi. La vocazione imprenditoriale si dispiega, infatti, in direzioni inedite: dalla finanza immobiliare […] o di progetto […], alle attività formative […], all’offerta di locations per i parchi tecnologici o di servizi rari e avanzati alle imprese, soprattutto mediante le reti immateriali. […]. Un’evoluzione che vede e vedrà sempre di più, insomma, i consorzi “come soggetti attivi del marketing territoriale”.