La storia del Cipnes Gallura

Il Cipnes Gallura è l’erede del consorzio che ha avviato un'innovativa industrializzazione sostenibile della Sardegna. Olbia e la Bassa Gallura sono infatti le aree della Sardegna che hanno avuto rilevanti vantaggi dallo sviluppo industriale: il numero degli addetti è cresciuto del 136% tra il 1951 e il 1971, registrando in quel periodo il sesto miglior risultato dell’Italia meridionale e il primo in Sardegna.

La nuova era prese avvio nel 1963 con le prime tre imprese – Comis, Palmera, Nuratex – insediate nell’appena costituito Nucleo per l’industrializzazione di Olbia. E da allora la crescita delle aziende e degli occupati, alimentata da investimenti pubblici e privati, non si è mai fermata. Oggi le aziende del distretto produttivo di Olbia sono 537, hanno un fatturato complessivo di 800 milioni, occupano quasi 5000 addetti diretti e il Cipnes Gallura, inteso come ente economico-giuridico, è tra le prime 15 aziende per valore della produzione della Gallura con 27 milioni di ricavi.

Quell’incremento industriale miracoloso – avvenuto nell’area più povera d’Italia e inserito nell’arco temporale del più ampio Miracolo economico italiano – ha una specificità che ancora oggi caratterizza positivamente l’economia della Gallura: è sostenibile ecologicamente e si integra perfettamente con l’economia del mare e con quella turistica avviata dalla Costa Smeralda.

L’inizio della nostra storia - che oggi, grazie a nuovi documenti d’archivio, possiamo ricostruire più compiutamente – deve essere datato al 1961. Solo dieci anni prima, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria aveva accertato che Olbia era la zona più depressa di tutto il Paese: “(…) non si vede come ad Olbia, a meno che una legge speciale non voglia prendere in considerazione la possibilità di salvare la zona dalla definitiva decadenza economica e sociale, si potrà lottare contro il dilagare della miseria. Occorrerebbe rivedere la situazione previdenziale di centinaia e centinaia di uomini, vecchi e giovani, che mai si curarono di regolare la loro posizione. Lasciando inerte questa situazione, fra dieci anni il 78% della popolazione di Olbia sarà ridotto alla mendicità, e in condizioni così arretrate di vita e di educazione da far pensare che, davvero, Cristo non si è fermato soltanto ad Eboli”.

Alla fine degli anni Cinquanta, il Parlamento approvò le leggi per il sostegno all’industrializzazione del Mezzogiorno, la 634 del 1957 e la 623 
del 1959. Anche Olbia decise di seguire la strada dell’industrializzazione, ma scegliendo un percorso – allora controcorrente – che oggi appare come il più lungimirante intrapreso in Sardegna. Tra il 1961 e i primi mesi del 1962, a Olbia e in Gallura si presentarono due imprenditori (uno con un piano di investimenti industriali, l’altro con un piano di investimenti turistici) e il Comune di Olbia e la Regione si trovarono a decidere non solo sui loro progetti ma anche sull’area da destinare allo sviluppo industriale.

Partiamo da quest’ultimo punto. Nel maggio del 1961 il consiglio comunale di Olbia approvò la costituzione del Nucleo di industrializzazione di Olbia, ai sensi della legge 634 del 1957, sottolineandone l’“indubbia utilità ai fini dello sviluppo economico e sociale del Comune” e dei Comuni vicini.

Fu prescelta un’area a Olbia, sul mare, vicina al porto dell’Isola Bianca, pianeggiante, seguendo le imposizioni dettate dalle circolari del Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno. In particolare la prima e più importante, datata 7 ottobre 1959 e firmata dal presidente Giulio Pastore, fissava “Condizioni e requisiti minimi per istituire aree di sviluppo industriale nel Mezzogiorno”. I “Requisiti quantitativi” imponevano di “creare una zona di espansione attorno al Comune principale, con tutti i Comuni attigui al principale”. I “Requisiti qualitativi” ordinavano di creare l’area industriale con “natura prevalentemente pianeggiante dei territori” e la “presenza, almeno nel nucleo centrale, di infrastrutture di base (ferrovie e strade di comunicazioni terrestre e, possibilmente, marittime)”. Questa è la ragione per cui il distretto produttivo di Olbia è sorto sul mare e in un’area di interesse paesaggistico sulla quale il Cipnes Gallura ha avviato un piano di riconversione urbanistica e ambientale. Ed è proprio il distendersi dell’agglomerazione produttiva nell’area portuale del golfo mercantile di Olbia che consente oggi al distretto produttivo consortile di Olbia di configurarsi come Zona Economica Speciale ai sensi della recente legislazione (Art. 4, dl 91/2017).

Nel settembre del 1961, Olbia chiese al Comitato dei Ministri del Mezzogiorno il riconoscimento dei “Requisiti minimi” per la creazione del Nucleo di industrializzazione; il parere favorevole arrivò da Roma nell’aprile del 1963. Nel dicembre del 1963, davanti al notaio Bua di Tempio, venne costituito il Consorzio per il Nucleo di industrializzazione di Olbia. Ne facevano parte i comuni di Olbia, Arzachena e Monti, la provincia di Sassari, la Camera di Commercio, l'ASAIS (Associazione Operatori Economici per lo Sviluppo dell'Area Industriale di Sassari), l'EFTAS (Ente per la Trasformazione Fondiaria e Agraria in Sardegna), e la Baca CIS (Credito Industriale Sardo). 

Nel marzo 1964 il Comitato dei Ministri del Mezzogiorno, con l’intervento del ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani, approvò lo statuto; nel luglio del 1964 il presidente della Repubblica Antonio Segni lo approvò; nell’ottobre del 1964 lo statuto venne pubblicato sulla Gazzetta ufficiale; nel dicembre del 1966 il Consorzio adottò il suo Piano regolatore.

Tornando al 1961, le carte d’archivio ci aiutano a ricostruire due fatti. In quel periodo – sull’onda dei massicci contributi alle imprese che manifestavano l’intenzione di aprire nel Mezzogiorno – numerosi imprenditori presenteranno progetti di sviluppo industriale in Sardegna. Nino Rovelli, proprietario di quello che poi diventò il colosso della petrolchimica Sir, scelse Olbia, ma poi, su indicazione del mondo politico, aprì i propri impianti a Porto Torres. Un altro industriale, Giuseppe Cippelletti, a nome della società Tirrena Petroli, presentò il piano di sviluppo di una raffineria di petrolio a Olbia, per un investimento di 15 miliardi, 1 milione 300 mila tonnellate di produzione all’anno, 300 occupati. Il luogo indicato per la costruzione era Cala Moresca a Golfo Aranci e, in un secondo momento, l’area tra Capo Ceraso e Porto Istana.

L’area del Nucleo di industrializzazione di Olbia non era ancora stata individuata, ma il consiglio comunale espresse la propria contrarietà all’ipotesi di sostenere l’apertura di un’industria così pesante. In un giorno altamente simbolico – il 24 gennaio 1062, giorno successivo a quelli in cui in municipio si presentò il Principe Karim Aga Khan per illustrare il progetto Costa Smeralda – i consiglieri manifestarono il timore che la raffineria avrebbe potuto “pregiudicare il vasto programma di opere turistiche in atto” e chiesero che venisse composta una commissione, aperta ai giornalisti, con l’incarico di verificare l’impatto delle raffinerie e dei petrolchimici su Formia e Gaeta.

Alla fine il parere del consiglio comunale – su input decisivo del sindaco Saverio Demichele – espresse parere negativo alla raffineria in quanto in contrasto con lo sviluppo sostenibile (“danneggerebbe l’ambiente”) e turistico che Olbia e la Gallura stavano scegliendo. La Tirrena Petroli aprì il proprio stabilimento a Portovesme, in uno dei posti che – insieme a Porto Torres, Assemini, Sarroch – divennero l’immagine della modernizzazione della Sardegna durante gli anni Sessanta e Settanta.

L’industrializzazione di Olbia cominciò dunque con un “no” all’apertura di industria, ma proprio questa scelta – insieme alla contemporanea nascita della Costa Smeralda – ha reso l’attuale distretto produttivo di Olbia sostenibile e “plurale”.

- Le aziende dal 1963 al 2020: nel 1963 le aziende insediate erano 3; nel 1973, diventano 15; nel 1983, 47; nel 1993, 127. Nel 2003, 289. Oggi sono 537. Fin dal principio il Nucleo di industrializzazione ospitò fabbriche "leggere" - 

Il 1968 ci lascia uno spaccato molto interessate sulla composizione merceologica delle aziende installate a Olbia. Tre sono del settore alimentare: Palmera (tonno), F.lli Moretti (gelati), Kalantzi (caseificio). Due del settore tessile: Sardespa (tessilmeccanica) e La Moquette (tappetti in lana). Cinque del settore legno: Nuratex (panelli in legno), Sarda Kork (lavorazione sughero), Deiana Simplicio (raggruppamento legnami), Insulare Sughero (lavorazione sughero), F.lli Cibin (sughero espanso). Tre del settore nautico: Giulio Destro (cantiere navale), Omnia Motor (carpenteria navale), F.lli Olivieri (cantiere navale). Quattro del settore minerali: Granit Sarda (lavorazione granito), Basa (manufatti in cemento), Velchisone (lavorazione talco), Cerasarda (ceramiche). Una del settore gomma: Gommanova. Una del settore manifatturiero vario. Bianca Sarda.

Due di queste aziende – la Cerasarda e la Bianca Sarda – erano di proprietà del Principe Aga Khan ed erano nate al servizio dell’investimento della Costa Smeralda, confermando lo stretto legame tra turismo e industria raggiunto nel distretto produttivo di Olbia e oggi reso ancora più forte dalle 61 imprese del settore nautico attive. Altre aziende – come quelle del sughero e del granito – rappresentano l’inizio del percorso che poterà poi alla nascita, tra Calangianus e Buddusò, dei rispetti distretti industriali.

La nascita del Nucleo di industrializzazione olbiese produsse subito effetti immediati sull’economia e la società: l’area di Olbia è quella che è maggiormente cresciuta come numero di occupati e, dentro questo fenomeno, si è affacciato quello del lavoro femminile, alimentato dalle assunzioni alla Cerasarda, alla Palmera e alla Bianca Sarda.

Gli addetti all’industria dell’area di Olbia passarono da 1500 del 1951 a 3500 nel 1971 con un aumento in percentuale – come calcolò Guglielmo Tagliacarne – del 136% contro il 26% della media sarda. Olbia si collocò al sesto posto nel Mezzogiorno per crescita industriale, la prima in Sardegna, con Sassari al nono posto (+117%) e Cagliari al 13esimo (+95%).

Ancora più impressionante è l’aumento percentuale dell’occupazione femminile nel settore dell’industria manifatturiera: Olbia registrò un’impennata del 580%. Le donne occupate passarono da 51 nel 1961 a 347 nel 1971. Nello stesso periodo la crescita percentuale dell’occupazione femminile in tutta la provincia di Sassari fu del 59%.

La nascita del Nucleo per l’industrializzazione olbiese cambiò non solo la demografia degli occupati ma anche quella degli imprenditori. Il numero degli imprenditori di Olbia - 
sulla base dei censimenti Istat - passò da 72 nel 1961 a 151 nel 1971, con un incremento percentuale del 109% a fronte del 70% dell’intera provincia di Sassari. Il numero degli imprenditori del settore industria passò 18 nel 1961 a 46 nel 1971, con un incremento del 155% a fronte del 139% dell’intera provincia di Sassari.

Oggi il distretto produttivo consortile del Cipnes Gallura - con le sue 537 imprese - genera un fatturato complessivo di quasi 1 miliardo. E nella sua fisionomia industriale non solo ha mantenuto l’impostazione iniziale - imprese a basso impatto ambientale - ma ha anche visto il rafforzamento di due settori chiave (alimentare e turismo/nautica) e l’affermazione di un settore - la logistica - legato ai sistemi portuali e aeroportuali e al turismo.

 

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